sabato 17 settembre 2011

Altro che gossip, quelle intercettazioni descrivono il sistema di potere in Italia

Lettera a Terry De Nicolò, da donna a donna .

Lunedì 19 Settembre 2011 16:52 . .
di Giulia Zanotti e Maria La Calce


Cara Terry De Nicolò,
Siamo due giornaliste che hanno deciso di rispondere alla tua video-intervista che sta facendo il giro del web. Vogliamo parlarti non in quanto croniste, ma da donne a donna.Ci spiace deluderti, ma non facciamo parte della schiera di quelle che, come dici tu, sono disposte ad andare a piedi da Berlusconi, anzi, di corsa, pur di partecipare alle sue serate particolari.
Certo, sono molte le ragazze che, come tu racconti, pur di avere un vestito firmato o un diamante al collo passerebbero sui cadaveri delle proprie madri, ma per fortuna ancora si può evitare di generalizzare.
E non è certo l'invidia a farci parlare così.
Magari non indoseremo gli abiti da cinquemila euro, necessari per partecipare alle feste di Arcore, nè avremo quella bellezza, che tu ritieni un valore che va pagato e a caro prezzo. Per fortuna noi siamo fiere di non essere delle tangenti.
Tu sostieni che da che mondo e mondo il ruolo della donna sarebbe questo e «chi non usa la donna, userà le mazzette», riducendo così il gentil sesso a strumento del potere.Ma ti accontenti davvero di valere così poco?

Tu che ostenti l'idea di un mondo in cui bisogna sceglire da che parte stare, con i potenti ed essere leoni o coi perdenti che sono solo delle pecore, accetti di essere niente altro che una bustarella?Merce di scambio tra due potenti, che a te, della loro grandezza, lasciano solo qualche vestito o un monile?

Beh, sappi che di donne che non guadagnano neppure i duemila euro da te tanto disprezzati ce ne sono molte, la maggior parte e queste non sono pecore: sono donne che non misurano la loro dignità sul costo di un abito.

Donne lavoratrici, professioniste, mamme, precarie, disoccupate e che contribuiscono ogni giorno a dimostrare che la società italiana non è solo quella delle veline, delle escort e dei "calpestatori di cadaveri". Detenute, vittime di sobrusi, sfruttate sui marciapiedi, violentate nei corpi e nelle menti. Ma che ogni giorno alzano la testa e non smettono di sperare e lottare. Perchè ci vuole molto più coraggio ad alzarsi la mattina, andare al lavoro, magari senza nemmeno uno stipendio sicuro, e nel contempo occuparsi dei propri figli, che ad andare a letto con qualcuno in cambio di regali costosi.

Forse proprio per rispetto di queste tue sorelle, che sanno cosa vogliono dire sacrificio e fatica, sarebbe meglio che, se proprio vuoi essere una tangente, ci evitassi almeno le tue lezioni di morale, anche perché stai solo dimostrando di essere figlia del berlusconismo più becero.
Quello che ha messo in ginocchio il nostro Paese. E di questo noi, fossimo al tuo posto, non ne saremmo così fiere.


LA MORALE DI TERRY

.pubblicata da Lucia Delgrosso sabato 17 settembre 2011 alle ore 20.32.
La ascoltavo e pensavo alle metafore.
C'è chi le tiene in grande considerazione, Borges per esempio: arrivò a scrivere che la storia del mondo non è altro che la storia di tre o quattro metafore. Doveva immaginarsele come stelle comete che guidano il cammino dell'umanità, splendenti e lunimose, una meraviglia.
Avrebbe dovuto scontrarsi con quella che avevo sotto gli occhi io sotto le forme di Terry De Nicolò. Una stella di cartone sgualcita.
Perché non c'è dubbio che Terry De Nicolò più che una donna è una metafora, è il riassunto di un'epoca e della sua condizione femminile, ogni epoca ha le metafore che si merita e noi evidentemente tocca questa, non ci spetta niente di meglio di questo assemblaggio sgrammaticato di cinismo, puttanesimo, edonismo e mancanza di scrupoli così magistralmente raccontato da una escort dai tratti duri che sembrano tagliati da una scure e lo sguardo non più espressivo di una triglia surgelata. E come le metafore anche Terry è inconsapevole.
Le metafore non hanno uno sguardo sul mondo, sono uno sguardo del mondo, come Terry, l'arrogante e sicura Terry che pensa di essere l'artefice del suo destino, di avere le redini della sua vita, di saper valorizzare bene i suoi talenti, e non si accorge invece di essere un prodotto.
Neanche prezioso, solo una merce dozzinale che invece di stare su una bancarella di un mercato rionale sta nella vetrina di un gioielliere, ma ugualmente maneggiata da dita sgraziate e volgari. Un prodotto dell'ultima evoluzione del capitalismo, il più selvaggio da sempre, pervasivo come quella marmellata appiccicosa del film Blob che si infiltra in tutti gli angoli dell'umanità e invade anche quello che mercato non dovrebbe essere: la bellezza, i sentimenti, le passioni, l'intimità. E distrugge quello di cui si serve, la Terra come il Lavoro.
Era più clemente, il capitalismo di prima delle ultime trasformazioni, più morale, sfruttava il Lavoro, ma ne riconosceva almeno la dignità. Almeno rispettava il Lavoro come dedizione, impegno, professionalità. Gli serviva, questo Lavoro qui fatto di fatica e serietà e non improvvisazione.
Perciò cercava di fidelizzare i lavoratori all'impresa. E per fidelizzarli qualche soddisfazione devi dargliela, gli devi lasciare l'orgoglio di gente seria che riceve riconoscimento sociale preché sa fare bene il suo mestiere e non si fa strada con raggiri ed espedienti. Ma se l'esigenza è quella della flessibilità e non più della professionalità, se non per nicchie che si collocano nelle fascia alta del mercato del lavoro, allora nobilitare il Lavoro non serve più, anzi è deleterio, è più funzionale un corpo sociale di pirati in competizione tra di loro che non hanno tempo di dedicarsi a costruire le loro competenze, i pirati fanno le scorribande. E nel mondo del Lavoro antico un po' di posto per le donne c'era, stupida Terry, le donne faticavano il doppio, ma qualche opportunità ce l'avevano, se si dedicavano ad apprendere una professione: alla fine, se facevi i sacrifici, ce la facevi ad avere riconosciuta la tua dignità.
Ma in un mondo di pirati non c'è storia, Terry cretina, nel mondo della filibusta una donna è solo una preda, il suo destino è un harem, se non te ne sei accorta, tu che credi di emergere. Borghes avrebbe dovuto vedere Terry, se la sarebbe levata di testa quella bizzarra idea che la storia del mondo è la storia di tre o quattro metafore. Si sarebbe convinto anche lui che è lotta di classe.

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In questa intervista di Terry De Nicolò (vedi video sotto), una delle predilette di Giampaolo Tarantini, una delle poche escort bipartisan, c'è tutto quello che serve per capire i nostri tempi.

Prima di guardarla, voglio fare una premessa. Racchiudere le intercettazioni e le interviste di questi giorni all'interno della categoria del gossip è pericoloso perché è un'interpretazione riduttiva e superficiale.
Resta gossip se ci si ferma ai dettagli sull'altezza del Premier, sulle prestazioni vere e presunte, sui commenti personali, che non aggiungono nulla né alle indagini né all'analisi. Compito dei giornalisti è andare oltre, raccontare i modelli sociali, culturali, le cause e gli effetti di queste dichiarazioni.
È facile vendere i giornali con questo genere di notizie, che interessano tutti e indistintamente: è molto più difficile evitare che queste notizie passino inosservate, magari inoculando valori e modelli a un pubblico che ha un livello di autodifesa molto limitato ("sto leggendo intercettazioni, mica questi vogliono cambiare il mio modo di pensare", penserà qualcuno).
In questi giorni stiamo assistendo alla istituzionalizzazione di un'egemonia culturale (o sottoculturale, citando Panarari) basata su pochi punti che descrivono il sistema di potere italiano dei nostri tempi.
Anche se ci piacerebbe pensarlo, questi punti non fanno parte solamente di una dinamica interna a Palazzo Grazioli, ma sono un modo (trasversale: la De Nicolò ha offerto i suoi servizi a destra e a sinistra) di intendere le cose.

Terry De Nicolò, nel suo (non si sa quanto volontario) trattato di antropologia consegnato a L'Ultima Parola, Rai2, Gianluigi Paragone, leghista di osservanza berlusconiana, descrive l'Italia con cinque immagini chiarissime e, temo, non del tutto minoritarie.

a. Per raggiungere il successo vale tutto


Chi era Giampaolo Tarantini? Un imprenditore di grande successo secondo Terry de Nicolò. E poco importa che ora sia in carcere, con la moglie agli arresti domiciliari, con debiti un po' dovunque, l'immagine pubblica compromessa. Doveva usare Berlusconi, è stato usato. Ma alla De Nicolò non importa, ha vissuto giorni da leone mentre gli altri vivranno anni da pecora. La metafora mussoliniana, buttata lì come se fosse una frase fatta, è in realtà il perno di tutto il ragionamento. Chi è forte vince, chi è debole resta a casa. Chi vuole guadagnare deve vendere sua madre. Chi non lo fa resta povero. Poco importa che le regole del gioco siano interpretate in modo diverso dai leoni e dalle pecore. Prima traslazione: si passa dal confronto tra chi rispetta le regole e chi non le rispetta, alla sfida tra forte e debole. Dove chi fa cose illegali diventa forte ed è dunque socialmente legittimato.


b. Chi è onesto e critica il disonesto è solo invidioso

Seconda traslazione, classica: si sposta il problema dall'argomento alla persona, dal comportamento al sentimento. Chi 'non ce l'ha fatta', a sentire l'intervista, non ha diritto di parola perché l'unico sentimento che muove le loro parole non è il desiderio che la legge sia uguale per tutti, ma solamente di sostituirsi a Tarantini (o Berlusconi). E non vi azzardate a dire che Berlusconi si pagava le compagnie: c'è la gente che fa la coda per stare con lui.


c. Gli onesti non hanno nessuna possibilità di 'vincere'

Le tangenti sono sempre esistite. Che siano donne o mazzette, poco importa. E sono uno strumento indispensabile. Chi vuole guadagnare deve 'rischiare il culo'. Anche qui, traslazione di un concetto: dal merito al caso, dal lavoro alla fortuna, dal metodo alla scorciatoia. È il mercato che impone questo comportamento, bisogna passare 'sui cadaveri' per salire e avere successo. La cooperazione, il senso di comunità, il senso dello Stato, sono cose da sfigati.




d. La donna, per avere successo, si deve vendere
Le donne (tutte, ad ascoltare la De Nicolò) corrono per andare da Berlusconi e devono avere il diritto di potersi vendere, perché la bellezza ha un valore. E il valore della bellezza è pari al talento nella medicina, alla competenza professionale.
È l'ennesima prova che l'antropologia berlusconiana ha raggiunto il suo obiettivo e non solo tra i suoi elettori: abbiamo trasformato ogni cosa in un oggetto che si può comprare e vendere.
Dall'etica al voto in Parlamento, dal calciatore del Milan alla compagnia di donne altrimenti inarrivabili, tutto si può avere perché tutto si può pagare. E chi 'rompe i coglioni', cioè le donne che non accettano questo meccanismo, deve 'restare a casa'.
Insomma, chi non si prostituisce fa male. E chi va in giro con una 'pezza da 100 euro', non è presentabile: per andare a Palazzo Grazioli devi indossare almeno capi per almeno duemila euro. Se si alza l'asticella a questo modo, le mitiche buste del ragionier Spinelli non appaiono più cifre irragionevoli, ma coerenti con lo stile di vita di tutti gli ospiti, con annesso tentativo di depotenziare l'accusa di sfruttamento della prostituzione che è mossa da diverse Procure, per diversi indagati e con diverse prove e intercettazioni a testimoniarlo.
Quarta traslazione: si passa dall'acquisto al regalo, dalla prestazione al favore, dalla prostituzione al rapporto consensuale.


e. Chi la pensa diversamente è comunista, cattolico o sfigato
La De Nicolò si incazza perché chi la pensa diversamente da lei è un 'moralista'. La sinistra vuole far guadagnare tutti allo stesso modo (dice 2000 euro al mese, mostrando un evidente distacco dalla realtà), tutti devono avere gli stessi diritti: "no, no, no!". Ma la mazzata è più dura quando si usano le categorie dell'antropologia berlusconiana, e non solo la politica, per attaccare l'attuale opposizione: non solo quelli di sinistra sono culturalmente uguali a destra quando si tratta di gestire il potere, ma nel campo del rapporto tra sesso e potere riescono, in ogni caso, a fare peggio.
Ultima traslazione: dalla lotta politica alla lotta della prostituzione, dalle differenze culturali a quelle sessuali.
Il volto dell'egemonia berlusconiana è perfetto: una buona parte di elettorato, colto e di sinistra, non va oltre il 'puttana', e lascia cadere quelle frasi che, al massimo, sembrano provocazioni.
Chi ha già qualche batterio dell'egemonia all'interno del sistema sanguigno, e probabilmente già vota Berlusconi, si fa sedurre da una prostituta non colta, apparentemente a portata di mano, seducente perché 'cattiva' .
Si sente così autorizzato a diffondere questa egemonia auto-assolvente e a combattere contro l'altra parte d'Italia provando a sdoganare l'illegalità, la furbizia, il ruolo squalificato della donna.
E a differenza di Gramsci o dello stesso Berlusconi, la De Nicolò parla all'Italia intera. Per questo dobbiamo provare a mettere in campo cinque regole d'ingaggio nella lettura delle intercettazioni di questi giorni:

1. Ignorare le abitudini sessuali di Berlusconi: non importa come fa sesso, importano le conseguenze delle sue azioni;
2. Non ignorare, invece, l'assenza di coerenza tra i suoi comportamenti privati e i suoi comportamenti politici: non si può fare la battaglia culturale sul crocifisso per poi usarlo tra le tette della Minetti;
3. Mettere al centro il rapporto causa-effetto: la donna che si è prostituita ha avuto favori professionali, magari in organizzazioni pubbliche? E l'uomo che ha portato le prostitute a Berlusconi ha ottenuto appalti, consulenze, contratti, senza regolare verifica delle competenze?
4. Evitare di fare il tifo per qualcuno e aspettare la fine delle indagini: la Arcuri è passata in 36 ore da santa a 'una delle tante': non c'è modo migliore per far passare l'opinione pubblica come un branco di forcaioli celebrolesi;
5. Chiedere, ogni giorno, al centrosinistra di mettere alla porta chiunque utilizzi i metodi dell'egemonia culturale berlusconiana per le proprie rendite di potere.


Dino Amenduni

@valigia blu - riproduzione consigliata

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